Kabe no Ana, la CIA e gli spaghetti al tarako
Video pubblicato sul canale YouTube Luca Cesari Storia e Cucina il 30 settembre 2026
Tutto ebbe inizio alla fine della seconda Guerra Mondiale, quando Paul Charles Blum arrivò a Tokyo come capo della Divisione Estremo Oriente della CIA. Tra i camerieri a suo servizio venne reclutato anche Takayasu Narimatsu che ebbe la possibilità di conoscere bene i gusti dei soldati americani e la loro passione per gli spaghetti. Sebbene l’unico modo di condirli fosse “alla napoletana”, ovvero con abbondante ketchup, erano considerati da tutti una vera delizia.
Nel 1953, una volta lasciato il servizio e con l’aiuto di Blum, Narimatsu aprì il suo primo locale chiamato Hole in the Wall, un piccolo ristorante di 20 metri quadrati nel centro di Tokyo dove venivano servite tre specialità: Spaghetti A (con polpette di carne a 200 yen), Spaghetti B (senza polpette, ma con più pasta, a 150 yen) e Spaghetti C (spaghetti semplici, senza polpette, a 100 yen). A quel tempo a Tokyo c’erano solo altri tre ristoranti dove si potevano mangiare spaghetti, tra cui l’Imperial Hotel, dove costavano 960 yen. Gli spaghetti da 100 yen vennero pubblicizzati sul giornale militare americano Stars and Stripes e tutti gli stranieri di Tokyo cominciarono a frequentare il “Buco nel muro”.
Il ristorante era vicino alla sede della NHK (l’emittente pubblica giapponese) e di alcuni ministeri, per cui molti colletti bianchi divennero clienti abituali. Insieme a loro, Narimatsu iniziò a concepire uno stile più giapponese che si adattasse meglio ai gusti locali. Nacquero così gli spaghetti alle vongole, al curry, ai funghi shitake e molti altri. Dopo una chiusura di qualche anno, nel 1963 venne riaperto il Kabe no Ana (traduzione giapponese di “Buco nel muro”) sempre a Shibuya, dove si trova tuttora. Nel 1967 un suonatore di corno della NHK Symphony Orchestra, al ritorno da un suo viaggio in Occidente portò una lattina di caviale da provare sugli spaghetti: il piatto fu molto apprezzato, ma era eccessivamente costoso, pertanto il caviale fu rimpiazzato dal più comune tarako, dando vita a uno degli esempi più celebri di cucina fusion italo-giapponese.
