Zucche immaginarie e altre finte tradizioni
Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 6 settembre 2026, nella rubrica «Indovina chi sviene a cena»
Chi percorre la statale lungo il Piave, all’altezza di Quero Vas, si imbatte in un cartello: “Benvenuti a Caorera, paese della zucca”. Verrebbe da immaginare generazioni di contadini chini sulle cucurbitacee, ricette tramandate, un legame secolare tra il borgo e il suo frutto. La verità è più semplice: la zucca non c’entra nulla con la storia del posto. C’erano dei terreni in riva al fiume concessi in comodato alla comunità e, siccome la zucca è facile da coltivare, perché no? Nell’edizione 2024 la sagra ha superato i diecimila visitatori e il paese ha “riscoperto” una tradizione che non è mai esistita.
È solo una delle tante storie raccolte da Danilo Gasparini in Dal banchetto alla sagra. Mangiare e bere nelle Venezie tra Medioevo ed età contemporanea (Carocci 2026, 201 pagg, € 24, prefazione di Alberto Grandi), dove il grande storico dell’alimentazione osserva la tradizione nel momento esatto in cui viene fabbricata: sotto il tendon, tra Pro loco, confraternite del bacalà e trippe argentine scongelate in una betoniera modificata allo scopo.
Prima però ci racconta, fonti alla mano, cosa si mangiava davvero nelle Venezie: pernici allo spiedo per la ristretta élite dei nobili vicentini, mentre nelle campagne regnava per secoli una cucina della carenza fatta di polenta e qualche aringa, destinata a sfociare nella pellagra. Il detto “mejo poenta senza gnente che gnente senza poenta” non era un motto identitario, ma una diagnosi socioeconomica. È solo con il miracolo economico, spezzata la memoria della fame, che quella miseria viene riverniciata a “cucina della nonna” e il piatto tipico diventa il perno attorno a cui costruire identità, bilanci e carriere amministrative: un caso da manuale dell’invenzione della tradizione descritta da Eric Hobsbawm, osservata qui in corpore vili tra i capannoni delle feste.
Gasparini non fa l’arbitro dell’autenticità: con sguardo laico, rigore d’archivio e molta ironia mostra che dietro ogni “si è sempre fatto così” ci sono precise scelte e altrettanto opportune amnesie. All’indomani del riconoscimento UNESCO della cucina italiana è una lettura salutare, che non toglie il gusto della festa, ma restituisce ai piatti la loro vera storia. Zucche di Caorera comprese.
Immagine: Allotment pumpkins di poppet with a camera, CC BY 2.0, via Flickr
