Pasta tricolore, c’è vita dopo l’orrore
Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 2 giugno 2024
Come ogni anno, oggi le frecce tricolore passeranno in formazione sopra l’Altare della Patria a Roma. La cerimonia della Festa della Repubblica non sarebbe la stessa se i nostri piloti non solcassero il cielo colorandolo di bianco, rosso e verde. Simbolo patrio per eccellenza, il tricolore sarà esposto ovunque per ricordare la nascita della Repubblica italiana il 2 giugno del 1946, data del referendum istituzionale, nonché prima consultazione politica aperta anche alle donne.
La forza evocativa della bandiera italiana è usata anche fuori dal contesto istituzionale su una grande quantità di confezioni di alimenti e testimonia la provenienza delle materie prime oppure il paese di lavorazione. Ma questo espediente grafico usato sui cibi genera continuamente polemiche e controversie. Negli ultimi anni l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato è intervenuta più volte per contestarne un uso improprio. Nel mirino dell’antitrust sono cadute anche aziende italiane che commercializzano prodotti stranieri spacciati come nazionali attraverso l’apposizione del tricolore nell’etichetta.
Senza parlare di tutti i casi, moltissimi a dire la verità, di specialità alimentari prodotte, confezionate e vendute all’estero che, attraverso la bandiera italiana, richiamano un territorio mai nemmeno sfiorato. È il fenomeno dell’Italian sounding, un mercato dal valore calcolato vicino ai 60 a miliardi di dollari, ovvero pari all’intero export agroalimentare italiano. Se all’interno dell’Unione Europea esiste una normativa che tutela i prodotti da questa pratica, nel resto del mondo è molto più complicato adottare provvedimenti efficaci. D’altronde la bandiera a volte viene usata solo per evocare genericamente l’appartenenza di un prodotto alla cultura gastronomica italiana, come nel caso degli spaghetti o della pizza, ma in altri casi può trarre in inganno sulla loro effettiva provenienza.
Durante una cena al ristorante Carignano di Torino, lo chef Davide Scabin mi ha fatto notare che esiste un caso conclamato in cui il tricolore non indica affatto la qualità, nemmeno per gli italiani, anzi tutto il contrario.
Si tratta della pasta tricolore: farfalle, penne, fusilli e tagliatelle colorate di rosso e verde mescolate con quelle gialline di sola semola a simboleggiare il bianco. Colori un po’ sbiaditi dentro le buste di cellophane che occhieggiano nelle aree di servizio, negli aeroporti e in qualche vetrina dei centri storici lungo i percorsi turistiche. Le confezioni portano nomi di pastifici mai sentiti, alcuni specializzati esclusivamente in questi prodotti, e spesso la qualità lascia a desiderare nonostante il prezzo possa arrivare a essere 5 o 6 volte più alto di un normale pacco di maccheroni.
Vista con sospetto dagli italiani, viene acquistata dai turisti che vogliono prendere un souvenir senza rendersi conto che qui non la mangia nessuno. Certo, il bianco, rosso e verde spiccano sull’anonimato della normale pasta, ma l’effetto è quello di un gadget dai contorni decisamente kitsch, buono per viaggiatori un po’ boccaloni che vogliono portare un souvenir al cugino buongustaio.
A tutti gli effetti appare come un corto circuito del fenomeno dell’Italian sounding. I prodotti accusati di questa pratica fraudolenta sono realizzati all’estero con materie prime straniere e vengono spacciati come specialità italiane grazie alla bandierina stampata di fianco al nome, mentre la pasta tricolore è fatta in Italia con prodotti nazionali ed è proprio il colore della bandiera che genera sfiducia nei consumatori italiani.
Forse non è ancora detta l’ultima parola per la pasta tricolore. Oltre alla miriade di piccoli produttori che alimentano il mercato dei souvenir, ci sono anche grandi pastifici che puntano sulla qualità come De Cecco, Barilla, Garofalo, fino a Felicetti che riesce a ribaltare tutti i preconcetti sulla pasta bianco, rossa e verde, convincendo anche i più scettici. Davide Scabin ha il merito di avere introdotto la pasta secca fin dai primi anni 2000 durante la lunga esperienza del Combal, combattendo un preconcetto ancora molto diffuso che la associava alla cucina popolare. Mentre quella ripiena era guardata di buon occhio, frutto di sincera artigianalità e degna di comparire anche nei menù stellati, la pasta secca veniva relegata alla cucina domestica o, al massimo, alla trattoria. Potrebbe essere il momento buono per tirare fuori il coniglio dal cappello e portare una ventata di novità (e di qualità) anche sulla pasta tricolore. Certo, bisogna andare controcorrente, ma chissà, forse riusciremo finalmente a dare una nuova dignità alla pasta più malvista dagli italiani.
