L’immaginario collettivo del cibo in televisione

L’immaginario collettivo del cibo in televisione

Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 15 febbraio 2026, nella rubrica «Indovina chi sviene a cena»

Se dovessimo indicare una cosa sola che, più delle altre, ha influenzato il nostro modo di mangiare, non è l’agricoltura biologica e nemmeno il microonde, ma la televisione.

Fin dai suoi esordi, la TV di Stato ha raccontato il cibo agli italiani attraverso una duplice modalità, che vediamo incarnata in due programmi: Carosello e Viaggio nella Valle del Po. Entrambi vengono messi in onda nel 1957 sull’unico canale a disposizione. La televisione dell’epoca si rivolgeva a un’élite di privilegiati che potevano permettersi il televisore, ma anche a tutti quelli che si ritrovavano nel bar o alla sede del partito per seguire le trasmissioni.

Da una parte c’era Carosello dove venivano reclamizzati i prodotti più moderni dal formaggino alla margarina, dal dado da brodo alle merendine: un sogno di benessere che entrava nelle case attraverso il tubo catodico e plasmava i desideri degli italiani. Dall’altra c’era Mario Soldati, un intellettuale prestato alla televisione, che raccontava la provincia percorrendo l’asta del Po alla ricerca dei sapori autentici, entrando nelle vigne e nelle cascine. Un viaggio di scoperta, ma soprattutto di resistenza alla modernità che bussava alla porta.

Questo è solo l’inizio di un percorso che va dal grande Gino Veronelli – che avrebbe compiuto 100 anni in questi giorni – fino a Masterchef, passando per Pasolini e Wilma de Angelis, approdando infine alla dimensione del cibo sui social che ci sta portando verso plaghe inesplorate. Lo racconta bene Alberto Grandi nel suo ultimo libro, il cui titolo fuorviante: L’invenzione del cuoco. Contro le bugie degli chef (Mondadori 2025) non rende giustizia al contenuto.

Grandi ci ricorda che televisione non si è limitata a rappresentare la realtà con le sue contraddizioni, ma ha contribuito a crearla, attraverso la costruzione di un immaginario collettivo che ha cementato l’identità nazionale con le sue specialità culinarie, in un gioco di specchi di cui noi siamo eredi.

Non è facile spiegare come mai gli italiani, forse più di altri, si identificano con la loro cucina, sono strenui difensori delle ricette della nonna e i loro sogni culinari sono affetti da un’inguaribile nostalgia, ma molte risposte le potete trovare nel libro di Alberto Grandi.

Immagine: Day 33,529 di Anne Worner, CC BY-SA 2.0, via Flickr

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