Pane azzimo e olive? All’eroe carne e vino

Pane azzimo e olive? All’eroe carne e vino

Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 2 agosto 2026

L’idea della dieta mediterranea nasce da Ancel Keys, il noto fisiologo americano, che ha teorizzato per primo l’esistenza di un’alimentazione comune a buona parte dei Paesi affacciati sul Mar Mediterraneo. Nel libro scritto nel 1975 con la moglie Margaret, intitolato How to Eat Well and Stay Well the Mediterranean Way, sostiene che l’unità culturale del Mediterraneo discenda direttamente dai Greci e che l’Odissea rappresenti l’atto fondativo di questa civiltà del cibo.

È lo stesso Keys a immaginare cosa mangiassero gli eroi omerici di ritorno da Troia: «Dovevano vivere per lo più di pane non lievitato, grani abbrustoliti, pesce, carni essiccate, lenticchie e piselli secchi, olive e olio d’oliva, cipolle, un po’ di formaggio e miele», mentre cibi selvatici, bacche e noci li cercavano nell’entroterra dietro le spiagge: un «vitto semplice e rozzo», ma nutriente. Nelle rare occasioni in cui erano ospiti dei signori locali, banchettavano con carne di «manzo e montone alla brace insaporita con aglio o salvia o rosmarino o alloro» accompagnata da vino diluito, come si usava presso i Greci e i Romani. Il miele era il solo dolcificante conosciuto, mentre la frutta secca come fichi e uva serviva come dessert.

Naturalmente Ancel Keys non ha alcuna nozione di alimentazione antica, non fa riferimento a studi archeologici né letterari, ma delinea semplicemente una “dieta ideale” basata su alcuni prodotti diffusi nell’area e la incolla artificialmente agli eroi omerici, senza alcuna base storica.

L’operazione di Keys è giustificata dal fatto che il suo intento non era quello di spiegare cosa mangiassero realmente Ulisse e i suoi compagni, bensì quello di evocare un mondo incontaminato, dove si consumavano solo cibi semplici e genuini: un sogno di innocenza alimentare da riportare in vita.

Del resto lo fa a fin di bene, visto che lo scopo ultimo era ridurre l’eccesso di grassi nell’alimentazione statunitense – principali responsabili delle patologie cardiovascolari – promuovendo una dieta più sana e bilanciata. Per fare breccia nella società americana, Keys crea una narrazione legata a doppio filo al testo fondativo della civiltà occidentale. D’altronde chi non avrebbe voluto essere Ulisse?

Ma quanto si concilia la visione arcadica di Keys con il racconto fatto da Omero? Assolutamente nulla: sono completamente all’opposto. Leggendo l’Iliade e l’Odissea si scopre che i guerrieri greci sono descritti come grandi mangiatori di carne, pane bianco e vino. Nient’altro. Enormi buoi sgozzati sugli altari, cosce e lombi avvolti nel grasso e arrostiti sugli spiedi, accompagnati da candide pagnotte e copioso vino annacquato sono di gran lunga le scene di banchetto più celebrate. Prima della battaglia Agamennone immola un bue e lo arrostisce; per onorare i propri ospiti, Achille serve pecora, capra e maiale cotti sulla brace; in occasione dei funerali di Patroclo vengono cotti allo spiedo buoi, capre, pecore e maiali; i Proci a Itaca banchettano con «carni d’ogni sorta» insieme a pane e abbondante vino; Telemaco a Pilo riceve le interiora arrostite dei tori appena sacrificati; Ulisse viene accolto dal porcaro Eumeo con un pasto a base di maiale e i Proci lo esortano a una sfida a corpo a corpo con il mendicante Iro mettendo in palio un sanguinaccio. Si potrebbe continuare ancora a lungo, ma sostanzialmente la dieta omerica è piuttosto monotona, basata unicamente sulla triade pane, carne e vino. Le uniche volte in cui i compagni di Ulisse vanno a pesca e cacciano gli uccelli è per necessità: «rosi dall’importuna fame», in tutto il resto del poema il loro orizzonte culinario resta sempre lo stesso.

La particolarità della dieta degli eroi achei non passa inosservata nemmeno ai Greci antichi. Platone la richiama nel terzo libro della Repubblica, dove Socrate osserva che Omero nei banchetti non fa mai mangiare pesce ai suoi eroi sebbene siano accampati davanti a Troia in riva al mare. Inoltre le carni sono sempre arrostite, mai lessate e per questa scelta Socrate richiama una ragione pratica, infatti la cottura allo spiedo sarebbe la più adatta ai soldati perché evita l’ingombro delle pentole. Anche il fatto che Omero non citi mai condimenti e salse viene lodato, in quanto si addice alla dieta parca del soldato, come a quella dell’atleta.

Niente cacciagione quindi – gli animali sono tutti allevati –, ma soprattutto niente pesce, né vegetali di sorta, tranne ovviamente i cereali del pane e l’uva del vino. Unica eccezione: la cipolla usata per stimolare la voglia di bere. Siamo molto lontani dalla visione che Keys aveva degli eroi antichi e dei loro pasti frugali, anzi ci troviamo agli antipodi.

Non sappiamo cosa mangiassero davvero i soldati della Grecia arcaica. Sappiamo però come volevano essere raccontati: divoratori di carne, che non era solo nutrimento, ma anche simbolo di forza e prestigio. Ulisse non si sarebbe accontentato della dieta di Keys fatta di pane azzimo, pesce, e olive, ma avrebbe certamente chiesto un pezzo di carne allo spiedo e un altro giro di vino.

Immagine: Olive Bread di Editor B, CC BY 2.0, via Flickr

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