Di cosa parliamo quando parliamo di cibo

Di cosa parliamo quando parliamo di cibo

Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 5 luglio 2026, nella rubrica «Indovina chi sviene a cena»

È piena notte quando Nando Mericoni torna a casa, dopo una delle sue sgangherate serate “all’americana”, e trova ad attenderlo un piatto di spaghetti freddi. Lui lo scansa con disprezzo: «robba da carettieri» e si prepara invece una fetta di pane con yogurt, marmellata, mostarda e latte, dichiarandosi orgogliosamente “mericano”. Al primo morso di quell’accozzaglia immonda, sputa tutto e si lancia sugli spaghetti al grido di: «macherone, m’hai provocato, e io te distruggo!».

La scena di Alberto Sordi in Un americano a Roma (1954) apre il nuovo libro di Gianfranco Marrone, Linguaggi dell’enogastronomia (Laterza, pagg. 204, €15), e ne anticipa il programma: il cibo non si limita a nutrire, parla. I maccheroni di Nando non sono solo pasta, sono il segno tenace di un’italianità da cui non si scappa, anche travestendosi da americani. Il piatto «giudica» chi lo rifiuta, e vince: non si mangiano simboli a vuoto, lo si fa sempre dentro un sistema di senso.

Marrone applica la stessa lente – il cibo come segno che produce senso prima ancora di nutrire – a materiali fra loro lontanissimi. Una ricetta scritta, da Artusi a Julia Child, non è mai un semplice elenco di ingredienti, ma un testo che trasmette autorità a chi legge. Lo stesso vale anche per le figure dei cuochi: la Babette del celebre racconto di Karen Blixen domina i suoi commensali a forza di pietanze sublimi, mentre il cuoco-soldato di Anthony Bourdain rivendica la stessa cucina come una trincea fatta di gerarchie e fatica. Anche i grandi banchetti rinascimentali, con la servitù a cavallo e i fagiani impiumati in tavola, raccontano la stessa logica: spettacolo di potere per chi guarda, più che pasto per chi mangia. Persino un calice di vino, fra gerghi da sommelier e bottiglie dealcolate, diventa un campo di battaglia simbolico fra chi possiede il codice e chi ne resta escluso.

Quando Nando parla al piatto di “maccheroni”, questo gli risponde, silenziosamente, a sua volta. Una sfida tra l’americanità (scorretta) e l’italianità che Nando rifiuta, ma ne viene sopraffatto. La comicità della scena si gioca tutta in questo meccanismo, perché, dicendola con Marrone, «mangiamo segni, e possiamo farne indigestione, anche e soprattutto senza accorgercene».

Immagine: Spaghetti Aglio, Olio e Peperoncino(ペペロンチーノ) di kawanet, CC BY 2.0, via Flickr

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