Apriscatole, brutto e utile ma pezzo da museo
Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 29 giugno 2025
Provate a ricordare l’ultima volta che un oggetto si è incastrato nel cassetto della cucina, impedendovi di aprirlo. Scommetto che era un’apriscatole.
Ingombrante, antiestetico non vanta il fascino del cavatappi né l’allure vintage degli attrezzi da pasticceria. È uno strumento utilitario, quasi imbarazzante nella sua franchezza. Eppure, senza di lui, la grande avventura dell’alimentazione moderna non avrebbe preso forma.
Come spesso accade nella storia della tecnica, l’utensile arriva dopo l’oggetto che lo rende necessario. La lattina nasce alla fine dell’Ottocento come risposta a un bisogno militare: rifornire gli eserciti in movimento con alimenti sicuri e conservabili. Nel 1795 il governo francese lancia un premio per chi riesca a prolungare la durata dei cibi. Nicolas Appert, confettiere, inventa un metodo di sterilizzazione in vetro; meno di vent’anni dopo, John Hall e Bryan Donkin adattano il sistema ai contenitori metallici. È l’inizio della grande stagione della conserva.
Le prime lattine sono spesse, rudimentali, da aprire con martello e scalpello. Solo nel 1855 arriva il primo brevetto per un apriscatole: a depositarlo è il produttore di posate inglese Robert Yates, che propone un attrezzo a leva con lama da taglio fissa. È il prototipo di una serie che si evolverà per oltre un secolo, tra sistemi a rotella, modelli a farfalla, a chiavetta, elettrici e infine incorporati direttamente nei barattoli. Strumenti apparentemente secondari, ma fondamentali nella storia dell’alimentazione industriale.
Negli anni della guerra di Crimea e della guerra civile americana le conserve salvano vite, prevenendo malattie come lo scorbuto. Nel 1856 Francesco Cirio avvia a Torino una delle prime fabbriche dove si lavorano vegetali, specializzandosi poi nei pomodori pelati. La diffusione delle scatolette è rapida, e il cibo in scatola inizia a entrare nella vita quotidiana. Nel secondo dopoguerra, con la crescita dei consumi, pelati e carne lessata in gelatina diventano protagonisti delle dispense, non solo nelle mense, ma anche nelle case.
Le conserve hanno un ruolo sempre più importante nella vita quotidiana. Mentre da un lato la lattina si afferma come simbolo di modernità, dall’altro deve superare la sua fama legata ad alimenti di second’ordine, cercando di convincere anche le casalinghe più restie. I creativi del marketing fanno il possibile per rendere appetitose le scatolette, come la pubblicazione promozionale di un opuscolo di una nota azienda conserviera di pomodori e legumi in scatola: Il segreto di Stefania, un romanzetto rosa dove una giovane conquista il cuore dell’amato proprio grazie a piatti preparati con alimenti in scatola. L’apriscatole, dietro le quinte, è lo strumento di questo piccolo trionfo domestico. Sono gli anni del fascismo e questa esaltazione delle virtù femminili serve tanto l’ideologia del regime, quanto l’industria conserviera italiana.
Nonostante tutto, però, l’apriscatole non ha mai goduto di grande prestigio. È sempre rimasto uno strumento “di servizio”, associato all’idea di un pasto povero o di emergenza. A differenza del cavatappi, che si esibisce tra luci e brindisi, l’apriscatole lavora nell’ombra, nascosto, poco estetico, eppure decisivo. È il simbolo di una cucina più pratica che estetica. Se il cavatappi assume forme e decorazioni tali da impreziosirlo, aspetti bizzarri e ornamentali, fitomorfi o zoomorfi che si voglia, l’apriscatole rimane dietro le quinte con la sua pragmatica essenzialità fatta di lame e leve.
Nel frattempo le lattine acquisiscono una loro dignità, grazie alle etichette colorate e alla grafica accattivante, tanto da essere elevate a modello grazie a Andy Warhol che le ritrae nelle sue serigrafie in bell’ordine, esposte come nella vetrina di un negozio. L’apriscatole non ha la stessa fortuna, anche se si può registrare il tentativo ben riuscito del pittore Ludovico Lambertini che, in occasione della Terza Mostra Internazionale delle Conserve Alimentari di Parma del 1948, realizza un manifesto in cui una lattina svetta davanti al Duomo e al Battistero di Parma, sormontata da un apriscatole che funge da pennone per le bandiere dei Paesi partecipanti. Un’immagine potente che, per una volta, mette al centro proprio lui, il più umile degli strumenti.
La sua reputazione di oggetto negletto lo ha relegato al margine anche del collezionismo, ma per fortuna il bolognese Carlo Grandi ha sfidato il senso comune, raccogliendo 365 pezzi databili dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri: la più grande collezione di apriscatole al modo. Pochi giorni fa il Museo del Pomodoro di Collecchio (Parma) ha inaugurato un’apposita sezione dove tutti gli esemplari sono finalmente esposti al pubblico. Una collezione unica in Italia e tra le più importanti al mondo, che oggi trova spazio in un percorso espositivo stabile. Grazie a un progetto condotto in collaborazione con l’Università di Parma e al lavoro della studiosa Beatrice Dallasta, è nata anche la prima catalogazione sistematica e una pubblicazione scientifica interamente dedicata al tema.
Forse è il momento di guardarlo con occhi diversi. L’apriscatole non è solo un utensile: è il testimone silenzioso di una rivoluzione alimentare. Ha accompagnato guerre, colonie, dopoguerra e modernità. Come ogni oggetto davvero utile, ha saputo trasformarsi pur rimanendo fedele alla sua unica, essenziale funzione.
Immagine: Can Opener di melmark44, CC BY 2.0, via Flickr
