Così nasce il food porn

Così nasce il food porn

Articolo apparso su Gambero Rosso, numero di luglio-agosto 2026

Food porn, l’intima rappresentazione del cibo

Si parla spesso di food porn riferendosi alle pubblicità del cibo o alle foto sul web, ma di cosa si tratta realmente? Non è facile dare una spiegazione perché i confini della categoria sono sfumati, ma in generale la definizione rimanda a una rappresentazione così intima e lasciva del cibo che ricorda le immagini patinate usate in pornografia. Queste fotografie suscitano un desiderio del cibo, un invito al piacere carnale attraverso precise strategie, arrivando a trasmettere sensazioni tattili attivando sensazioni sinestetiche.

Attraverso gli occhi si possono percepire le texture del cibo, dalle morbide colate di formaggio filante alla morbida bistecca che trasuda liquidi traslucidi, passando per croccanti croste dorate che si infrangono tra le dita, svelando soffici ripieni e luccicanti cascate di creme setose. Come se non bastasse, con l’avvento dei video interviene anche l’udito: la croccantezza di un fritto viene trasmessa sfregando il dorso di un coltello sulla sua superficie, oppure rompendo la fragile crosta con l’inconfondibile scricchiolio.

Naturalmente il riferimento alla pornografia è un artificio metaforico, ma calza a pennello per descrivere il legame voyeuristico tra l’essere umano e il cibo, simile a quello c’è nei confronti del sesso.

La storia di un concetto

L’espressione viene usata per la prima volta nella pièce teatrale The Year of the Dragon di Frank Chin che debutta nel 1974. In quel caso però “food pornography” aveva un altro significato e si riferiva alla cucina etnica, in particolare quella cinese. Secondo Chin, la cucina etnica, spogliata dalle sue caratteristiche più autentiche, veniva trasformata in esperienza turistica e folkloristica adatta a tutti. Un concetto che non riguarda la rappresentazione fotografica del cibo, ma la sua dimensione politica, dove si elimina la complessità della cucina perché diventi un oggetto di consumo esotico, dopo averlo ridotto a una versione semplificata e rassicurante, già confezionata per il pubblico bianco americano.

Per un riferimento visivo dobbiamo aspettare il 1977, quando Alexander Cockburn parlerà di “gastro-porn” per indicare le immagini eccitanti di cibo che si trovano sulle riviste di cucina e nei ricettari, mentre finalmente nel 1979 compare la locuzione “food porn”, coniata da Michael Jacobson per indicare un cibo talmente al di fuori di ciò che un alimento dovrebbe essere, da meritare di essere considerato pornografico. La contrapposizione per Jacobson era però nella sostanza del cibo e non nella sua rappresentazione, infatti il food porn di Jacobson sarebbe l’equivalente odierno del junk food, cibo spazzatura, da contrapporre ai cibi salutari.

Il concetto di food porn si è evoluto nel tempo e ora rimanda a un’altra sfera di significati, legata all’estetizzazione estrema del cibo dove le immagini sono costruite ad arte per accendere la fantasia con un impudico senso di sensualità. Le immagini proposte da libri di cucina, riviste patinate, programmi televisivi e social media mostrano piatti perfetti, tecniche impeccabili e risultati che difficilmente possono essere replicati nella cucina domestica. Il cibo viene costruito attraverso styling, luci studiate e una messa in scena attentissima, in questo modo il cibo finisce per apparire sempre più distante dall’esperienza quotidiana del consumatore comune: qualcosa da contemplare e desiderare più che da riprodurre davvero. Un meccanismo che ricorda da vicino quello della pornografia tradizionale, dove il piacere nasce anche dall’osservazione di qualcosa percepito come eccezionale, idealizzato e sostanzialmente irraggiungibile.

Panini porno

Nel film Un giorno di ordinaria follia del 1993, Michael Douglas entra in un fast food, apre la confezione dell’hamburger che gli viene servito e all’interno trova un panino striminzito e moscio che non ha nulla a che vedere con l’immagine dell’hamburger perfetto che campeggia oltre il bancone. Armato di un fucile automatico fa la domanda che tutti prima o poi abbiamo avuto in mente: «Qualcuno sa dirmi in che somiglia alla foto?».

Gli hamburger e i panini in generale sono un caso interessante di food porn dove l’oggetto gastronomico reale ha inseguito la perfezione delle fotografie, trasformandosi da oggetto portatile a monumento all’opulenza. L’estetizzazione estrema del panino da foto ha influenzato lquello vero invadendo il mercato con tripli e quadrupli strati di farciture grondanti salse e formaggio fuso da tutte le parti. Il risultato è un oggetto mirabolante dall’equilibrio precario, inaffrontabile con un morso senza inconvenienti. Il virtuosismo estetico ha trasformato il panino nella rappresentazione ideale dei nostri desideri, peccato che vada oltre l’apertura delle nostre mandibole.

La trasformazione non riguarda solo le dimensioni, ma anche l’uso sempre più accentuato di colori vivaci e saturi, pensati per catturare immediatamente l’occhio. Il verde brillante della lattuga, il rosso lucido del pomodoro, il giallo quasi artificiale del cheddar fuso, il rosa acceso delle salse non rispondono più soltanto a un criterio gastronomico, ma a una logica visiva. Il panino contemporaneo viene progettato come un oggetto fotogenico – o meglio “instagrammabile”– costruito per produrre contrasto, profondità e luminosità nell’immagine digitale. Il colore diventa così parte integrante della promessa sensoriale: non serve solo a suggerire sapore, ma a comunicare eccesso e piacere immediato, in una forma che deve risultare irresistibile prima ancora di essere mangiata. C’è poi un ultimo elemento che spesso contraddistingue il food porn, ovvero la scelta di ingredienti pregiati e costosi. Ostentazione è la parola d’ordine: aragoste, caviale e wagyu alimentano il mito del lusso smodato che si accompagna perfettamente con le altre caratteristiche porno dei panini. L’eccesso edonistico arriva a utilizzare ingredienti preziosi che sembravano dimenticati, come la foglia d’oro, tornata in auge dopo i fasti rinascimentali e l’uso discreto ed elegante promosso dai grandi chef come Gualtiero Marchesi.

Il cibo agli albori della fotografia

La rappresentazione del cibo, naturalmente, esiste da sempre: dai banchetti dipinti nelle tombe dell’Antico Egitto agli affreschi pompeiani, arrivando alle nature morte del Seicento europeo. La domanda, allora, sorge spontanea: quando nasce davvero il food porn? In fondo anche i pittori fiamminghi, con i loro banchi di macelleria stracarichi di carne disposta in studiato disordine, oppure con i resti opulenti di pranzi aristocratici a base di crostacei o cacciagione, anticipano alcuni elementi che oggi associamo a questa estetica dell’eccesso.

Eppure siamo ancora lontani dal fenomeno contemporaneo. La pittura, per quanto minuziosa e sensuale, rimane un linguaggio elitario, lento e contemplativo, poco adatto a produrre quel desiderio immediato e compulsivo tipico della pornografia visiva. Facendo un paragone, non è un caso che, tra le migliaia di nudi dipinti nella storia dell’arte occidentale, pochissimi vengano percepiti come autenticamente pornografici.

Perché il food porn possa esistere occorre l’incontro di almeno tre fattori: la diffusione della fotografia come mezzo di espressione, l’avvento della società dei consumi e la nascita dei mezzi di comunicazione di massa, capaci di moltiplicare all’infinito immagini seducenti e desiderabili.

La fotografia nasce negli anni Venti dell’Ottocento e fin dagli esordi mostra una curiosa vicinanza con il cibo. Se la prima immagine fotografica documentata è la celebre veduta dalla finestra di Nicéphore Niépce, la seconda raffigura invece una tavola apparecchiata. La scelta era probabilmente dettata da ragioni pratiche – servivano soggetti immobili, facilmente controllabili durante esposizioni lunghissime – ma non è irrilevante che il cibo compaia quasi subito nel nuovo linguaggio fotografico.

Per gran parte dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, tuttavia, la rappresentazione gastronomica rimane limitata. Le fotografie sono costose, la stampa illustrata è ancora poco diffusa e il cibo continua a essere raccontato soprattutto attraverso il testo scritto. La situazione cambia radicalmente nel secondo dopoguerra, quando la crescita economica e la società dei consumi modificano il rapporto tra gli individui e gli alimenti. Il benessere diffuso porta nelle case nuovi prodotti industriali, elettrodomestici, supermercati e soprattutto una nuova cultura dell’abbondanza.

Vecchi e nuovi media

Tra gli anni settanta e novanta del Novecento si sviluppa il terreno culturale che renderà possibile il food porn contemporaneo. La fotografia a colori diventa economica, le riviste specializzate aumentano, la televisione entra stabilmente nelle case e il cibo smette progressivamente di essere soltanto un argomento domestico per trasformarsi in contenuto mediatico permanente. È in questa fase che nasce una nuova estetica gastronomica costruita attorno al desiderio, all’abbondanza e alla seduzione visiva.

Le riviste di cucina iniziano a privilegiare immagini sempre più grandi e luminose, mentre la pubblicità alimentare perfeziona tecniche capaci di rendere il cibo più attraente della realtà. Le fotografie vengono costruite artificialmente: vapori simulati, colori intensificati, superfici lucidate con spray e pennelli, ingredienti disposti con precisione quasi scenografica. È un passaggio decisivo, perché il cibo perde progressivamente il suo rapporto diretto con l’esperienza concreta del mangiare e diventa anzitutto immagine.

Eppure, fino agli anni Novanta, la comunicazione gastronomica rimane ancora sostanzialmente verticale. Le immagini vengono prodotte da fotografi, editori, televisioni e aziende, mentre il pubblico conserva un ruolo prevalentemente passivo. La vera rivoluzione arriverà con internet e soprattutto con i social media, quando chiunque potrà produrre, modificare e diffondere immagini di cibo in tempo reale.

Le prime immagini caricate sui social

L’invasione del food porn non arriva dalle redazioni delle riviste o dagli studi televisivi, ma dai social network. Per la prima volta nella storia milioni di persone possono diffondere immagini di cibo in tempo reale, senza mediazioni editoriali. Il cibo smette definitivamente di essere soltanto un oggetto da consumare e diventa un linguaggio sociale quotidiano.

È significativo che questo legame tra social network e cibo compaia fin dagli esordi delle piattaforme digitali. Grazie a Niki Corradetti, informatico esperto di intelligenza artificiale, è stata condotta una ricerca di archeologia del web per rintracciare le prime immagini in assoluto caricate su Facebook e Instagram. Siamo agli albori di una rivoluzione digitale che cambierà per sempre il nostro modo di guardare il cibo.

Nel caso di Facebook, le prime immagini che si trovano sulla piattaforma sono fotografie scattate dallo stesso Mark Zuckerberg il 10 agosto 2006. Una di queste mostra un piatto non ben definito – forse una torta in attesa di essere infornata, appoggiata sul piano cucina insieme a mezzo lime, un cucchiaio e alcuni barattoli. L’immagine è lontanissima dalla perfezione estetica del food porn contemporaneo, tanto che è difficile addirittura capire cosa ci sia dentro quel piatto, ma contiene già alcuni elementi destinati a diventare centrali negli anni successivi. La condivisione di ciò che prepariamo in cucina o mangiamo sarà una costante nella comunicazione social.

Quattro anni dopo è la volta di Instagram, una piattaforma pensata proprio per la condivisione più facile e immediata delle foto. Le prime immagini vengono caricate il 16 luglio 2010 dai due fondatori della piattaforma, Kevin Systrom e Mike Krieger, mesi prima del lancio ufficiale dell’applicazione del 6 ottobre dello stesso anno. Si tratta di prove tecniche, ma anche in questo caso il cibo rimane un soggetto centrale. Due fotografie di Systrom fotografie mostrano una zuppa messicana e una donna con un cocktail gigante tra le mani; Krieger pubblica invece l’immagine di una tavola piena di piatti, bottiglie e resti di una cena vietnamita.

La condivisione e il food porn

Il food porn è esploso con i social network e con l’avanzamento tecnologico che ha reso la fotografia accessibile a chiunque possieda uno smartphone. In questo nuovo ecosistema il cibo ha assunto una funzione diversa rispetto al passato, alimentando la condivisione con una larghissima platea che non aveva nulla a che fare con quei piatti. Ma se lo guardiamo da un altro punto di vista, si tratta del recupero di una pratica antica come l’uomo, infatti il cibo non è quasi mai stato una faccenda privata. Per secoli il pasto ha rappresentato uno dei principali momenti di costruzione delle relazioni umane. Attorno alla tavola si riunivano famiglie, parenti, amici, colleghi, comunità religiose e gruppi politici. La cucina domestica e quella festiva avevano un valore collettivo ben prima dell’arrivo di internet. Anche i grandi banchetti aristocratici del passato, con la loro teatralità, erano costruiti per essere guardati oltre che mangiati.

Quello che cambia nella contemporaneità è il contesto sociale in cui il cibo viene consumato. Nelle società occidentali il pasto quotidiano è diventato progressivamente più frammentato e individualizzato. Sono diminuite le occasioni in cui la famiglia si ritrova attorno alla tavola seguendo rituali condivisi. Sempre più spesso si pranza da soli, ma contemporaneamente la rete dei contatti (virtuali) si è allargata enormemente. Quando questi due aspetti sono entrati in contatto, la condivisione del cibo attraverso i social è diventata la risposta più ovvia. Il desiderio di condividere il pasto si è semplicemente spostato. L’immagine del cibo diventa così una sorta di sostituto simbolico della convivialità tradizionale. Fotografare un piatto e pubblicarlo online equivale, almeno in parte, a ricreare uno spazio comunitario attorno a un’esperienza che difficilmente vogliamo vivere come puramente privata. In questo senso il food porn non può essere spiegato soltanto come esibizione di lusso o ricerca di status, anche se questi elementi sono certamente presenti. Alla base esiste probabilmente qualcosa di più profondo e universale: il bisogno umano di condividere il piacere del cibo con una comunità. Considerato che la fotografia è solo un umile surrogato del cibo, allora scatta il desiderio di aumentarne il valore sinestetico attraverso alcuni artifici che possano trasmettere sensazioni che vadano oltre la percezione visiva.

Letto da questo punto di vista, il food porn moderno non è altro che una strategia applicata all’immagine per fare fronte a un bisogno insopprimibile dell’essere umano sociale, replicato all’infinito grazie alle moderne tecnologie.

La fotografia di un piatto è un tentativo di ricostruire una forma di convivialità dispersa. Non condividiamo soltanto quello che mangiamo, ma il desiderio di mangiarlo insieme a qualcuno.

Immagine: Food Photography Commercial Food Bar in Columbus Ohio S&G Cafe di teddybiggy, pubblico dominio, via Flickr

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