Le scatolette del Terrore
Articolo apparso su Gambero Rosso, numero di settembre 2026
Due navi verso l’ignoto
Esattamente 180 anni fa le navi HMS Terror e HMS Erebus rimasero incagliate nei ghiacci del Mar Artico. Partite nel 1845 dall’Inghilterra, erano alla ricerca di una rotta navigabile che collegasse Atlantico e Pacifico attraverso un braccio di mare in grado di circumnavigare il Canada: il celebre Passaggio a Nord-Ovest.
Le potenze europee inseguivano questo sogno geografico da secoli. Una via diretta verso l’Asia avrebbe garantito il controllo di uno snodo commerciale e militare strategico, risparmiando alle navi migliaia di chilometri di navigazione.
In particolare era la marina inglese a essere interessata a raggiungere questo obiettivo. Dopo la sconfitta della Francia napoleonica, non aveva praticamente rivali nel controllo dei mari e il suo sviluppo sembrava inarrestabile. Tutta la tecnologia dell’epoca venne applicata alle due imbarcazioni, trasformando la Terror e la Erebus in qualcosa di più di due semplici velieri. Si trattava di due navi pesanti destinate originariamente a imbarcare mortai da guerra, per cui i loro scafi erano particolarmente resistenti. Inoltre erano state provviste di rinforzi metallici, motori a vapore ricavati da locomotive ferroviarie, un sistema di riscaldamento interno e un impianto di desalinizzazione dell’acqua marina per renderla potabile. Anche il problema delle provviste era stato superato facendo ricorso a un’innovazione estremamente recente: il cibo in scatola. Secondo le stime iniziali, l’equipaggio di oltre 130 uomini imbarcato sulle due navi era in grado di resistere tre anni in completo isolamento, senza bisogno di rifornimenti esterni. Un’autonomia straordinaria per l’epoca, mai raggiunta prima da una spedizione destinata a operare in condizioni così estreme.
La spedizione non aveva soltanto una funzione pratica: era una manifestazione di potenza. La Gran Bretagna vittoriana stava costruendo il proprio mito attraverso la tecnologia, il commercio e la scienza. Nessuno dubitava che il capitano Sir John Franklin, già a capo di numerose esplorazioni nel Mar Glaciale Artico, sarebbe tornato vittorioso. Purtroppo si sbagliavano: la marina più potente del mondo, equipaggiata con la tecnologia più avanzata, stava andando incontro a un terribile destino.
La tecnologia della conservazione del cibo
Il cibo fu una delle prime preoccupazioni nell’organizzazione del viaggio in condizioni così estreme. Franklin sapeva bene che era praticamente impossibile approvvigionarsi di alimenti tra i ghiacci polari. Stivare cibo sufficiente era una sfida non indifferente, non solo per i problemi di conservazione che poteva comportare, ma anche per i volumi occupati. La soluzione era giunta solo pochi anni prima, grazie all’invenzione di un confettiere e distillatore francese. Nicolas Appert, questo il suo nome, aveva risposto a un bando del governo francese che cercava un sistema di conservazione delle derrate alimentari. Nel 1795 la Francia rivoluzionaria era impegnata in guerre su più fronti e nutrire migliaia di soldati lontani dai centri di produzione rappresentava una sfida enorme. Il governo offrì allora un premio di dodicimila franchi a chi fosse riuscito a sviluppare un metodo affidabile per conservare gli alimenti.
Nel 1810, mentre le guerre napoleoniche infiammavano l’Europa, Appert presentò il proprio sistema e nello stesso anno pubblicò L’Art de conserver les substances animales et végétales, mettendo a disposizione di tutto il mondo la sua tecnologia.
Cinquant’anni prima che Pasteur fornisse una spiegazione scientifica di questo metodo, dimostrando che il calore era in grado di uccidere i batteri, Appert aveva messo a punto un sistema che consentiva la conservazione di carne, verdure e piatti pronti in vasi di vetro ermeticamente sigillati. Il metodo era molto semplice e consisteva nel mettere gli alimenti all’interno dei vasi sigillati e cuocerli in acqua bollente.
L’unico inconveniente era la fragilità del vetro, ma venne superato pochi mesi più tardi dall’inglese Peter Durand che brevettò il sistema di inscatolamento in contenitori di latta. Infine, nel 1813, Bryan Donkin e John Hall diedero vita alla prima fabbrica di cibo in scatola destinato al rifornimento dell’esercito britannico.
Nicolas Appert è un nome che compare raramente nei libri di storia ma può essere considerato uno degli inventori più influenti dell’età contemporanea.
Le scatolette della spedizione
Per secoli i marinai avevano convissuto con alimenti monotoni, razioni che peggioravano progressivamente durante il viaggio e frequenti episodi di deterioramento.
La spedizione Franklin fu una delle prime in cui si cercò di integrare le vettovaglie con un’alimentazione industriale moderna: carne già cotta, zuppe conservate e bevande concentrate, in particolare il succo di limone, indispensabile per prevenire i casi di scorbuto. In altre parole, non era soltanto una spedizione alla ricerca del Passaggio a Nord-Ovest: era anche uno dei primi grandi esperimenti di alimentazione industriale della storia.
Al momento della partenza la Erebus e la Terror trasportavano bestiame vivo destinato a fornire carne fresca nelle prime fasi del viaggio, oltre a una riserva alimentare prevista per tre anni composta da tè, cioccolato e altre vivande. Ma la vera innovazione furono le circa ottomila casse di conserve in scatola: una quantità senza precedenti.
Quando la Royal Navy iniziò a preparare la spedizione, i cibi in scatola erano ancora una novità, sebbene avessero già dimostrato la loro validità a fianco degli eserciti, tanto da essere considerati una risorsa strategica.
Il fornitore principale era Stephen Goldner, un imprenditore londinese che ricevette una commessa enorme da completare in tempi estremamente ridotti. Le cronache successive avrebbero osservato che l’ordine era stato eseguito con una fretta quasi disperata. Alcune scatole mostravano saldature grossolane e irregolari, dettagli che molti anni dopo avrebbero assunto un significato sinistro.
Ma attribuire il disastro alle sole conserve sarebbe un errore. Il fallimento della spedizione si deve solo in minima parte alle derrate in scatola, anche se per anni l’attenzione degli studiosi e dell’opinione pubblica si è concentrata su queste lattine.
La drammatica scoperta
Nell’estate del 1845 le due navi lasciarono l’Inghilterra tra l’entusiasmo generale. Furono viste per l’ultima volta da alcuni balenieri nel luglio dello stesso anno, nelle acque della Groenlandia occidentale. Poi il silenzio.
All’inizio nessuno si preoccupò. Le spedizioni polari erano per definizione lente e imprevedibili. Passarono i mesi. Poi gli anni. Quando nel 1847 non arrivò alcuna notizia, l’ammiragliato britannico iniziò a organizzare le prime missioni di ricerca. Col passare del tempo l’assenza di informazioni trasformò la spedizione Franklin in un’ossessione nazionale.
Mai prima di allora una missione esplorativa aveva mobilitato tante energie per il soccorso. Decine di navi partirono alla ricerca degli scomparsi e la moglie di Franklin, Lady Jane Franklin, trasformò la ricerca del marito in una vera e propria causa pubblica, alimentando l’interesse dell’opinione pubblica e dei giornali.
Le prime informazioni concrete emersero solo nel 1854 grazie a John Rae, un esploratore scozzese della Compagnia della Baia di Hudson che conosceva profondamente l’Artico e le popolazioni inuit.
Furono proprio gli Inuit a raccontargli una storia inquietante. Secondo le loro testimonianze, alcuni anni prima avevano incontrato gruppi di uomini bianchi che si dirigevano verso sud trascinando slitte e imbarcazioni. Apparivano affamati, debilitati, vicini al collasso. In seguito erano stati trovati corpi e resti umani. Alcune ossa mostravano segni compatibili con il taglio e la frattura intenzionale. La conclusione era terribile: i superstiti della spedizione avevano probabilmente praticato il cannibalismo.
Nella Gran Bretagna vittoriana la notizia provocò scandalo e incredulità. Quando John Rae raccolse i racconti inuit, gran parte dell’opinione pubblica britannica rifiutò di credergli, nella convinzione che i cacciatori artici si fossero inventati tutto, mescolando miti e leggende locali. Molti rifiutarono l’ipotesi sulla tragica fine della spedizione, incluso Charles Dickens che intervenne pubblicamente per contestare le testimonianze inuit. Ai suoi occhi era inconcepibile che marinai britannici potessero arrivare a tanto. Ancora più inconcepibile appariva l’idea di affidare la verità dei fatti ai racconti di popolazioni considerate primitive.
Due fortezze incagliate nei ghiacci
La realtà è che poco più di un anno dopo la partenza, le navi rimasero bloccate tra i ghiacci nei pressi dell’isola di King William e non furono più in grado di muoversi. La conferma definitiva della loro sorte è arrivata solo con il ritrovamento dell’Erebus nel 2014 e della Terror nel 2016, entrambe straordinariamente conservate sul fondo dell’Artico canadese. Il resto delle informazioni si deve a una nota manoscritta rinvenuta nel 1859 da una spedizione successiva. Con lo stile asciutto di un documento ufficiale della Royal Navy, veniva riportato che Franklin era morto l’11 giugno 1847 – la causa resta sconosciuta – insieme a diversi ufficiali e marinai. Con le navi imprigionate nei ghiacci e trascinate lentamente verso sud, nell’aprile del 1848 le scorte di cibo e di succo di limone stavano esaurendosi e l’equipaggio era gravemente colpito dallo scorbuto (e probabilmente anche dalla tubercolosi). Il secondo in comando, Francis Rawdon Crozier, decise allora di abbandonare le navi e dirigersi a piedi verso sud fino al più vicino posto commerciale, distante quasi 2.000 chilometri.
Crozier doveva sapere che sarebbe stato fisicamente impossibile percorrere una simile distanza con il solo cibo che potevano trasportare sulle slitte, e nel desolato cuore dell’Artico non vi era selvaggina da cacciare. Quando le provviste cominciarono a scarseggiare, gli uomini più deboli e malati vennero lasciati indietro. I resti scheletrici indicano che si verificò un cannibalismo su larga scala.
Gli ultimi sopravvissuti incontrarono alcuni gruppi inuit impegnati nella caccia che, in seguito, restituirono la loro testimonianza a John Rae. Da quel momento nessuno vide più gli uomini della spedizione, i cui resti furono ritrovati solo anni dopo.
L’assoluzione delle scatolette
Numerosi studi sui resti umani hanno cercato di ricostruire le cause della catastrofe. La spiegazione più famosa emerse negli anni Ottanta, quando le autopsie eseguite sui corpi straordinariamente conservati di tre marinai sepolti a Beechey Island evidenziarono elevate concentrazioni di piombo. Sembrò una svolta decisiva. L’attenzione si concentrò immediatamente sulle conserve alimentari. Le saldature delle scatolette erano realizzate con leghe contenenti piombo e alcuni studiosi ipotizzarono che l’intero equipaggio fosse stato lentamente avvelenato da una contaminazione progressiva. Le stesse lattine che avrebbero dovuto rappresentare il trionfo della modernità si erano rivelate il fulcro del fallimento della missione.
Negli ultimi anni, tuttavia, questa interpretazione è stata ridimensionata. Nuove ricerche hanno mostrato che livelli elevati di piombo erano relativamente comuni nella popolazione britannica dell’epoca e che quelli rintracciati sui cadaveri della spedizione non erano sufficienti a giustificare un’intossicazione così grave. Inoltre la causa principale del piombo ingerito era dovuto all’impianto di desalinizzazione dell’acqua, non alle scatolette. La realtà è molto più complessa e si deve tenere conto delle condizioni estreme a cui era sottoposto l’equipaggio con casi di malattie fortemente debilitante, l’assoluta mancanza di medicinali e denutrizione, dove l’avvelenamento da piombo era solo uno dei molti aspetti critici.
Ma ciò che incise maggiormente fu la mentalità degli esploratori britannici, condiviso con la società occidentale più avanzata. La tragedia si consumò in un ambiente ostile, privo di qualsiasi mezzo di sussistenza, ma solo se visto con gli occhi degli inglesi. Per gli Inuit, al contrario, lo stesso ambiente era un terreno di caccia e un luogo in cui avevano imparato ad adattarsi. E la differenza emerge soprattutto attraverso il cibo.
Inglesi e Inuit: uno scontro di civiltà
Per affrontare la spedizione gli inglesi portarono con sé tutto ciò di cui avevano bisogno, mentre gli Inuit operano esattamente all’opposto. Sopravvivono perché conoscono perfettamente il territorio. Sanno dove trovare le foche in ogni stagione, come pescare sotto il ghiaccio, come riconoscere i cambiamenti delle correnti e del pack. La loro “tecnologia” non consiste tanto negli strumenti quanto nella conoscenza accumulata. In poche parole, gli inglesi trasportano il cibo, gli Inuit trasportano il sapere necessario per procurarselo.
Per esempio, si sa che gli Inuit consumavano regolarmente carne e organi freschi di mammiferi marini: fegato, pelle di balena – il muktuk – e carne di foca. Alimenti che, mangiati crudi, forniscono vitamina C sufficiente a prevenire lo scorbuto anche in assenza di frutta e verdura. Gli europei, invece, erano convinti che la vitamina C dovesse arrivare principalmente dai limoni o da preparati conservati. Quando le scorte scarseggiarono, si trovarono vulnerabili a una malattia che gli Inuit praticamente non conoscevano. Il problema non era l’assenza di cibo: era l’assenza di una cultura della sopravvivenza in un ambiente così ostile.
Anche il modo di muoversi era diverso. Gli Inuit viaggiavano leggeri e adattavano continuamente il percorso alle condizioni del ghiaccio, utilizzando slitte progettate per quell’ambiente. Gli uomini di Franklin trascinavano invece scialuppe pesantissime e oggetti inutili. Durante la spedizione del 1857, Francis Leopold McClintock recuperò una delle scialuppe abbandonate dai superstiti. Al suo interno trovò libri, sapone, fazzoletti di seta e persino pezzi di argenteria, tra cui cucchiai e forchette. Oggetti che apparivano del tutto inutili in una marcia di sopravvivenza e che lasciarono perplesso lo stesso esploratore britannico.
La spedizione Franklin può essere letta come una contrapposizione tra due concezioni del rapporto con il territorio: il modello industriale, che cerca di rendersi indipendente dal luogo attraverso la tecnologia e il trasporto delle risorse, contro il modello ecologico locale, che basa la sopravvivenza sulla conoscenza profonda dell’ambiente e delle sue risorse.
Per questo motivo la Franklin Expedition non è soltanto una storia di esplorazione. È anche una storia di territorialità alimentare: il momento in cui un sistema alimentare globale nascente si scontra con uno dei sistemi alimentari locali più specializzati e adattati che l’umanità abbia mai sviluppato. E, per un breve ma decisivo istante, è quest’ultimo a dimostrare la propria superiorità.
Immagine: Collection of canned food items in the pantry di Salvation Army USA West, CC BY 2.0, via Flickr
