Quando il regime voleva la dieta «fascista»
Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 13 aprile 2025, nella rubrica «Indovina chi sviene a cena»
L’America di Trump ha imposto pesanti dazi sulle esportazioni europee, ma non è una situazione completamente inedita, anzi noi italiani abbiamo visto di peggio.
Certo, i presupposti erano completamente diversi quando l’Assemblea generale della Società delle Nazioni decise di applicare drastiche sanzioni economiche in risposta all’invasione italiana dell’Etiopia. Era il 1935 e in sostanza vennero vietate le importazioni dei prodotti italiani e l’esportazione verso l’Italia di molti beni come carbone, acciaio, cotone e generi alimentari. Per tutta risposta venne avviata una campagna nazionale per l’autarchia, chiedendo alla popolazione un radicale cambiamento delle abitudini, soprattutto alimentari, per limitare il più possibile i consumi dei prodotti importati dai paesi sanzionisti. Niente più tonno o salmone in scatola, ma pesce nostrano, al bando il tè inglese con i biscotti, sostituito da una semplice fetta di pane «addolcita col miele dei nostri rustici apiari».
La cucina antisanzionista doveva essere frugale: poca carne, in particolare bovina, ovina e suina, più cereali, verdure, legumi e pesce. Anche la pasta doveva essere limitata -come oggi veniva importato grano duro per confezionarla- a favore del riso. Sebbene buona parte della popolazione all’epoca avesse il problema opposto, ovvero quello di mettere il pane in tavola tutti i giorni, il richiamo a una dieta che oggi chiameremmo “mediterranea”, venne usato per fare fronte alle «inique sanzioni».
Il regime ebbe un decisivo impatto sull’alimentazione degli italiani, ben oltre la politica autarchica: dalla diffusione delle banane all’uso, fino alla «cassetta di cottura» per risparmiare combustibile, come ci spiega bene Enzo Laforgia nel suo ultimo libro Quando il fascismo dettava la dieta (People 2025).
Naturalmente oggi i tempi sono cambiati, ma in fondo le soluzioni per contrastare i dazi trumpiani potrebbero essere simili. Non sembra un’ipotesi così lontana pensare a un nuovo appello al consumo di prodotti nazionali (o europei) e un corrispondente taglio su quelli statunitensi.
Chissà, forse sarà la spinta per adottare (nostro malgrado) una dieta più sana a base di cibi nostrani, come quella consigliata durante il ventennio fascista.
Immagine: The Wheat Field di Neillwphoto, CC BY-SA 2.0, via Flickr
