Quanta lussuria in quella bistecca!

Quanta lussuria in quella bistecca!

Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 4 luglio 2021

Chi non ha mai fatto un giorno di dieta alzi la mano. Ci sono molti motivi che ci spingono a escludere o limitare alcuni cibi: ragioni mediche, salutari, oppure scelte etiche, come capita sempre più spesso a chi decide di rinunciare al consumo di carne e di prodotti animali. Nel mondo odierno questi comportamenti sono lasciati alla libertà individuale, ma per secoli la società occidentale è stata profondamente influenzata dai precetti religiosi che fissavano un dettagliato calendario di digiuni e astinenze valido per tutti i credenti. Percorrerne la storia ci permette di capire quanto le nostre abitudini siano cambiate, ma anche quanto profondamente abbiano influenzato l’alimentazione e la cucina ancora oggi. A differenza di molte altre religioni, il cristianesimo delle origini non conteneva tabù o particolari prescrizioni alimentari, ma già dai primi secoli i padri della chiesa insistevano sui pericoli della gola e sull’importanza dell’astinenza. I primi asceti che si dedicarono alla vita contemplativa decisero di sottoporsi a un rigido stile di vita che prevedeva frequenti digiuni e la privazione di alcuni cibi, in particolare la carne, simbolo di violenza e di morte. Con l’estensione di queste regole agli ordini monastici prima e all’intera società poi, fu stabilito che in alcuni giorni o periodi dell’anno -come la quaresima- la carne e, in alcuni casi anche gli altri prodotti dell’allevamento, dovessero essere sostituiti da vegetali e pesce. Secondo le teorie medico-filosofiche del tempo il pesce era un alimento «freddo», utile anche per bilanciare una dieta troppo «calda» e contenere le pulsioni sessuali, fonte di grande preoccupazione per i pensatori dell’epoca.

Il libro di Claudio Ferlan passa in rassegna le abitudini alimentari dei più celebri esponenti della cristianità, come Sant’Ignazio di Loyola che si sottoponeva a lunghi digiuni e rinunciava ai piaceri del cibo, diventando un campione di quella moderazione a cui doveva aspirare ogni buon cristiano. Questi esempi virtuosi erano compensati da ampi settori della società civile che, nonostante il profondo senso di religiosità, cercavano di svincolarsi da questi obblighi alimentari che interessavano un numero di giorni considerevole, fino un terzo dell’anno. Lo testimoniano le incessanti richieste di dispensa dalla dieta di magro indirizzate alle autorità ecclesiastiche, basate sullo stato di salute, confortate dal parere di medici e spesso accompagnate dal pagamento di ammende. L’insofferenza verso queste regole dietetiche si estese dal piano individuale all’intera società, quando il movimento protestante ne fece uno dei cavalli di battaglia contro l’ingerenza della chiesa nella vita dei fedeli. Il primo effetto di queste spinte riformiste, pur con modalità e resistenze diverse, fu una maggiore rilassatezza dei costumi che consentì l’inserimento di uova, burro e formaggi anche nei giorni di magro.

Ancora più interessante è il rapporto del codice alimentare religioso nei confronti dei prodotti provenienti dal Nuovo Mondo e verso chi, nelle Americhe, si era trasferito per evangelizzare gli indigeni. Forse il caso più famoso, tra i numerosi presi in considerazione da Claudio Ferlan, è quello del cacao e i dubbi riguardanti la possibilità di assumerlo come bevanda senza rompere il digiuno. In linea teorica, siccome era un alimento liquido e di origine vegetale, sarebbe potuto passare inosservato, ma aveva una particolarità importante: era gustoso. Ciò si accompagnava male all’idea penitenziale propugnata dalla Chiesa. L’interesse nei confronti del cacao era così forte che i suoi sostenitori arrivano a falsificare una concessione papale, sostenendo che Pio V lo avesse assaggiato durante il suo pontificato (1565-1572) giudicandolo però poco appetitoso e adatto, pertanto, ai giorni di digiuno. La questione si risolse definitivamente solo quando lo storico e giurista Antonio de León Pinelo nel 1636 provò che tale parere pontificale, come molti altri dei papi successivi, non era mai stato rilasciato. Insomma, i paladini del cacao avevano deliberatamente citato falsi brevi pontifici per continuare a gustare la cioccolata in tazza durante i giorni di digiuno. Un vero e proprio caso di fake news d’epoca.

Nella società odierna le preoccupazioni spirituali nei confronti del cibo sono solo un ricordo. Claudio Ferlan ci aiuta a trovare alcuni collegamenti tra il nostro rapporto con il cibo e i codici dietetici antichi, a partire dai disturbi alimentari, passando per le istanze vegetariane, fino ad alcuni piatti che sono ormai entrati nella cucina tradizionale.

Claudio Ferlan, Venerdì pesce. Digiuno e cristianesimo, il Mulino, pagg. 192, € 15

Immagine: Pieter Bruegel the Elder, The Fight between Carnival and Lent, 1559 di Prof. Mortel, CC BY 2.0, via Flickr

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