Memoir di ricette libanesi per dimenticare la guerra
Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 7 giugno 2026, nella rubrica «Indovina chi sviene a cena»
Mentre il conflitto tra Israele e Hezbollah torna a estendersi fino alle regioni meridionali del Libano, riportando sotto le bombe un territorio già segnato da decenni di guerre, e si allestiscono i campi profughi sulle spiaggie di Beirut per accogliere i profughi palestinesi, viene da chiedersi come si possa vivere in condizioni così estreme.
Il Libano, unico Paese arabo con un Presidente cristiano, è diviso tra fratture religiose e tensioni culturali che lo attraversano praticamente da sempre. Si impara fin da piccoli a parlare più lingue, a rispettare confini invisibili, a relazionarsi con un’intricata rete sociale. Magicamente, a tenere incollato tutto questo, è la cucina. Una cucina che unisce e divide allo stesso tempo, ma fa orgogliosamente parte dell’intima natura dei libanesi.
Quando Maradona Youssef ci dice «In Libano si mangia benissimo ovunque», oppure che «nessun ristorante al mondo poteva reggere il confronto con la cucina di casa» sembra di sentire parlare un italiano. Il suo libro Mezé, miracoli e disastri, scritto con Sara Faillaci (Solferino, 272 pagg, € 18,50) non è un un libro di cucina – anche se le ricette non mancano – ma un memoir gastronomico, un’autobiografia raccontata attraverso i sapori: l’infanzia durante la guerra civile, i posti di blocco, la fame, la violenza, ma anche lo yogurt passato di casa in casa, i falafel mangiati per strada, il grano verde arrostito nei campi.
Sarebbe difficile cogliere il senso che assume il cibo in Libano limitandosi a sfogliare un ricettario. Nella testimonianza di Youssef invece ogni boccone viene riportato a quella dimensione di liturgia laica che è l’essenza stessa della cucina. Un modo per tenere incollate le famiglie e dare un senso identitario a una nazione sull’orlo del collasso. Cristiano ortodosso innamorato della mortadella bolognese che la nonna gli aveva fatto assaggiare a cinque anni, ricostruisce una biografia collettiva di un Paese che ama stare a tavola, condividere il cibo, tra mezé, bottiglie di vino (libanese naturalmente) e arak.
La dimensione della tragedia però non scompare mai del tutto: Impossibile dopo anni di guerre civili e conflitti. È per questo che «in Libano si mangia. Per ricordarti che sei ancora vivo».
Immagine: Byblos Harbour, Millwall, London di Ewan-M, CC BY-SA 2.0, via Flickr
