Il lungo viaggio del maccherone
Articolo apparso sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore il 7 novembre 2021, nella rubrica «Indovina chi sviene a cena»
Prendete un maccherone e fissatelo bene. La prima cosa che vi dovrebbe venire in mente è che siamo stati noi italiani a inventarlo e farlo conoscere in tutto il mondo. Quello che a volte sfugge è che una buona metà di quel mondo lo possiamo ritrovare dentro al maccherone sotto forma di farina perché il grano duro utilizzato proviene anche da Grecia, Turchia, Kazakistan, Russia, Francia, Nord America, Messico, Argentina, Canada e Australia, solo per citare i più grandi esportatori da cui si riforniscono i pastifici italiani. Al di là della qualità del prodotto, semplicemente il nostro Paese non arriva a soddisfare il proprio fabbisogno interno, pur essendo il secondo produttore al mondo. La possibilità di impiegare grani provenienti dall’altra parte del globo è una delle conseguenze della globalizzazione che da qualche decennio consente di importare anche i prodotti più comuni attraverso una rete di trasporti a basso costo. Un tempo era molto più difficile fare viaggiare agevolmente il cibo, ma è sempre stato il sogno gastronomico dell’umanità, forse l’unico che può stare al passo con l’altro grande desiderio, ovvero quello di conservare per un tempo indefinito gli alimenti per dilazionarne il consumo. I due aspetti sono intimamente correlati perché solo un prodotto che si conserva facilmente potrà arrivare intatto dopo avere percorso migliaia di chilometri. Una delle prove più antiche di questa pratica è stata scoperta durante gli scavi nel sito archeologico del Forcello a pochi chilometri da Mantova, in cui si trova un insediamento etrusco del VI-V secolo a.C. Qui, tra i numerosi resti di maiale rinvenuti, sono sorprendentemente rare le ossa degli arti posteriori e tutto fa pensare che le cosce venissero salate ed esportate sotto forma di prosciutti. Con il passare del tempo le tecniche di conservazione e di trasporto si sono affinate e oggi gran parte del cibo affronta un lungo viaggio prima di arrivare in tavola, avverando di fatto il sogno dei nostri avi, ma per una ineluttabile legge del contrappasso, il nostro desiderio è di ricominciare a consumare i prodotti a chilometro zero. Anche in gastronomia vale sempre il motto: attento a ciò che desideri, potresti ottenerlo.
Immagine: Durum wheat flour (2) di Horcrux, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
